ESCLUSIVO : Intervista , con Ritratto, a Tomaso Andreatta , Indochina Chief Representative di Intesa Sanpaolo (Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar), e Deputy Chairman di Eurocham- Camera di Commercio Europea in Vietnam

Real Estate in Vietnam : c’è spazio per le imprese italiane, sia nei materiali da costruzione,  sia nella progettazione e nell’effettiva costruzione.

 

di Paola G. Lunghini

Conobbi Tomaso Andreatta molti anni orsono, al suo rientro in Italia dopo una sua ennesima esperienza internazionale . E per un po’ ci frequentammo un poco, in ciò favoriti dalla  vicinanza –  un centinaio di metri  appena – tra le nostre rispettive abitazioni.

Colpivano, in quell’ uomo ancora così giovane, la solidità di una cultura non soltanto ecofin, la vastità degli interessi, e la quantità delle esperienze vissute. Bilingue italiano – inglese , conosceva una gran quantità di altre lingue ( francese, spagnolo, portoghese, giapponese ; ma sa comunicare anche in tedesco, russo, cinese, e ora anche in vietnamita).

Secondogenito di Beniamino Andreatta ( uno dei pochi veri statisti che l’ Italia abbia avuto ) , cui somiglia in modo impressionante, Tomaso iniziò gli studi a Bologna, dove il celebre padre si era dal Trentino trasferito , con la triestina consorte . Quattro figli, ebbero.

Dopo il diploma ( liceo classico)  e mentre studiava all’ università  ( si sarebbe laureato cum laude in economia, a Bologna, nel 1985) , il giovane Andreatta frequentava normalmente  anche alcuni college all’estero.

Poco dopo la laurea, mentre già aveva iniziato a operare come Financial  Analyst  in alcune grandi realtà di  Capital Markets e di  Management  Consulting,  ecco il salto negli USA – e precisamente a Los Angeles – da cui rientrerà nel 1991, con in tasca un Master in Finance and  Strategy  conquistato alla prestigiosa  UCLA Anderson School of  Management .

Seguirono alcune altre esperienze lavorative già di tipo direttivo, in primarie società  finanziarie internazionali  ( tra cui Santander e Hambros Bank) .

Poi, nel 1998, l’ ingresso nell’ allora Cariplo , come Global Relationship Manager. Nel 1999 lo troviamo Director di IntesaSanpaolo : è di quel periodo infatti il perfezionamento della  fusione tra la due grandi banche italiane.

E  fu appunto in quegli anni che ebbi a conoscerlo. Poi,  “di vista” ci perdemmo  : erano iniziati  infatti i suoi soggiorni, sempre più prolungati , in giro per il mondo , e poi sempre più spesso in Far East. Il contatto epistolare , però,  rimase .

 

Poco dopo la scomparsa – nel 2007 – del padre, Tomaso si trasferisce  definitivamente in Vietnam, per assumere l’ incarico di Indochina Chief Representative  di Intesa Sanpaolo :  significa Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar.

Superfluo aggiungere che fonda subito la Camera di Commercio italiana in Vietnam,  e che la fa confluire nella Camera di Commercio europea in Vietnam , divenendo  – di Eurocham e  nel 2011-  Vicepresidente.

 

Tomaso Andreatta, così come lo ricordo io, era molto, molto simpatico : aveva una “sana” arroganza intellettuale temperata da uno straordinario sense of humour. Dava l’ impressione di essere estremamente severo con se stesso ma, al contempo,  non potevi non rimanere contagiato dalle sue doti di umanità . Sono certa che è ancora così.

Gli piacciono  la musica ( in particolare quella barocca ), il tango argentino  e il “ tai chi chuan” ( che , se non  ho capito male, è una specie  di danza marziale).

E’ anche una persona molto gentile  : da quando è in Vietnam,  diverse volte mi ha  inviato  – conoscendo  la  mia curiosità per siffatti temi – Rapporti e Studi sull’ evoluzione  socio-economica  del Paese) . Che io ho sempre diligentemente letto.

 

A questo punto « ma perché proprio adesso questa  intervista ?» direte  voi.

Semplice. 

Allorchè il nostro Premier annunciò  , era il giugno  2014,  che avrebbe guidato  una missione economica  in Cina,  facendola precedere da una tappa in Vietnam (primo Presidente del Consiglio italiano nella storia a visitare quel Paese,) , mi sembrò ovvio che Matteo Renzi avrebbe incontrato anche il nostro banchiere. 

Ne ebbi , via mail da Ho Chi Minh City, subito conferma .E iniziò una corrispondenza un poco più fitta che in passato,  e che culminò  anche  con la formale  richiesta di una intervista  :  che Tomaso Andreatta , da quel gentiluomo che è , mi promise.  Il più presto possibile.

Beh, c’ è voluto un po’ di tempo. Ma – e ne sono contentissima -  l’ intervista  ora la trovate qui sotto. 

E ‘ un’ esclusiva assoluta,  per la quale ringrazio molto Tomaso Andreatta  ( sperando  di  re-incontrarlo sooner or  later a Milano, perché – nonostante il suo invito in tal senso  -  per me il Vietnam è davvero troppo lontano );  e ringrazio anche la Banca , che me la ha  – come si dice – permessa.

 

Q. Com’era il Paese, al Suo arrivo; e come lo vede Lei oggi?

A. Fin dall’inizio della mia vita lavorativa sono stato convinto che l’est asiatico sarebbe stato per lungo tempo una delle zone di maggior crescita nel mondo e infatti , ben prima del Vietnam,  avevo già vissuto in Asia e studiato giapponese e cinese. Quando l’allora responsabile della Direzione internazionale di Intesa Sanpaolo, Giuseppe Cuccurese, mi chiese di verificare se il Vietnam potesse essere un Paese interessante per espandere la presenza della Banca all’estero, sono stato felice di accettare questa sfida.

Per rispondere alla domanda su “ allora”, descrivo quello che vedo ora dalla finestra del mio ufficio, in un palazzo che supera i 20 piani, tra i primi così alti costruiti a Ho Chi Minh City. Sono riuscito ad entrarci nel 2008 solo perché l’avevo  prenotato prima che fosse finito. Altre tre volte ero stato “ anticipato” da Società che – durante il periodo di mia  “esclusiva” – avevano consegnato una somma in contanti al proprietario per passarmi avanti (in inglese si dice “gazomping”).

Nel 2008 Ho Chi Minh era una città vasta ma tutta bassa, senza grattacieli, con una giungla verde al di là del fiume. Oggi la mia vista è preclusa da palazzi  di oltre 30 piani, all’orizzonte ci saranno  100 palazzi alti, per passare il fiume ci sono tre ponti e un tunnel sotterraneo  e la vegetazione è stata sostituita da un cantiere per un nuovo quartiere. E’ un Paese molto dinamico che durante il recente periodo difficile è cresciuto  di oltre il 4%, ma che nella prima decade del secolo aveva ritmi del 7%-8% l’anno.

Q. Quali allora le prospettive a breve – medio ?

A. Quest’anno l’economia sta crescendo  di oltre il 6%, soprattutto grazie alle esportazioni; e in un’economia piccola si fa presto a cambiare. Da tre o quattro anni la Samsung ha gradualmente spostato l’assemblaggio dei telefonini in Vietnam. Grazie a questo, l’elettronica ora è la prima voce nelle esportazioni, che ancora sono in gran parte costituite da abbigliamento  e calzature, petrolio grezzo, riso, e altri prodotti dell’agricoltura e degli allevamenti  ittici, in particolare gamberetti. Piano piano i vietnamiti, che non spendono da anni, stanno riacquistando fiducia nell’economia e si ripresentano sul mercato immobiliare e dei beni di consumo durevoli e gli imprenditori investono, tant’è che la bilancia commerciale che recentemente era positiva (si importavano beni intermedi e si esportavano prodotti finiti), ora è tornata negativa. Il che è naturale quando si importano tecnologia e beni di consumo ad alto valore e si esportano principalmente prodotti dell’agricoltura, abiti e scarpe.

Grazie al mercato comune dell’ASEAN ( i dieci  Stati del sud-est asiatico: Singapore, Indonesia, Malaysia, Thailandia, Filippine, Vietnam, Laos, Cambogia, Myanmar e Brunei), alla firma – che si spera prossima – del trattato di libero scambio con l’UE e del Trans Pacific Partnership (con USA e altri 13 stati che si affacciano sul Pacifico) , il Vietnam si aspetta un periodo di forte aumento dell’investimento produttivo e del commercio internazionale. Tutto questo rafforzato anche dalla crescente difficoltà di produrre in Cina.

 

Q. Considerazioni sull’economia del turismo: conosco molte persone che si sono recate in Vietnam solo a questo scopo…

A. Vale sicuramente la pena di visitare il Vietnam, è un Paese bello e interessante, con una natura “forte” come in tutti i tropici e tanta storia, baie stupende, spiagge bianche e montagne, alcune tra le grotte più grandi e più belle del mondo, cibo sano e saporito, gente ospitale.

Il turismo vale quasi il 10% del PIL ma non c’è un’efficace politica del turismo. Anzi, al contrario di quanto avviene in tutti i Paesi vicini – cominciando dalla Thailandia- lo Stato spende poco o nulla per promuovere il “destination tourism”. La maggior parte dei resort è fatta per vietnamiti.

Non ha aiutato, inoltre, il fatto che fino a quest’anno gli stranieri non potessero comprare case con terreno e non fosse considerato legalmente sicuro neppure l’acquisto di appartamenti.

Pur non essendo altrettanto ben organizzato e non offrendo la stessa convenienza (“value for money”) della Thailandia, il Vietnam promette sicuramente alcune settimane di vacanza assai piacevoli e interessanti.

Vi sono alcuni resort e alberghi di  lusso (iconico per esempio il “Nam Hai” di Hoi An) e decine di campi da golf disegnati dai migliori esperti mondiali, ma la stragrande maggioranza dei turisti frequenta la fascia più economica. Molto significativa la presenza di turismo cinese e russo, entrambi determinati da fattori esogeni, soprattutto dalla politica.

 

Q.Qual è la politica energetica del Paese ?

A. Il Paese ha sete di energia per crescere e il fatto che le tariffe siano sussidiate, così come sono distorti tutti i prezzi dei fattori di produzione energetica, crea problemi agli operatori privati che vorrebbero entrare nel mercato. Lo Stato deve centellinare gli aumenti per non far impennare l’inflazione. Pertanto il Vietnam si barcamena tra la straordinaria generosità degli Stati donatori – primo fra tutti il Giappone – e degli organismi sovranazionali quali la Banca Mondiale e la Banca Asiatica di Sviluppo, e l’investimento delle tre Società energetiche statali: EVN (la società elettrica), Vinacomin (quella del carbone) e Petrovietnam (quella del gas e petrolio).

Il Vietnam è un paese esportatore di petrolio grezzo e importatore di raffinato avendo solo una raffineria in funzione e due in costruzione;  importa carbone da Australia e Indonesia, perché quello locale è usato nell’industria siderurgica.

Le principali fonti di elettricità sono le centrali a carbone (purtroppo quasi tutte con tecnologia cinese, la più inquinante) e quelle idroelettriche. Il gas non è più abbondante e non si fanno più centrali a gas. La Russia ha promesso di costruire la prima centrale nucleare, ma ci vorrà più di un decennio.

Si parla molto di energie rinnovabili e molte società italiane ed europee cercano di entrare in questo mercato ma , essendo  i ritorni economici a rischio senza sussidi, quasi tutti i progetti sono di dimensioni “sperimentali”.

Le automobili sono gravate da pesantissime tasse per non bloccare le strade e ridurre il consumo di carburante, così la gran parte della popolazione, che ha un reddito medio di soli 1.400 dollari l’anno, usa ancora le motociclette e gli scooter.

 

Q.Edilizia, e eventuale mercato immobiliare ( se così si può dire.. ), per quanto ciò possa essere di  Sua conoscenza…

A.Come per tutti i paesi, il settore immobiliare è fondamentale per la creazione e diffusione della ricchezza. La terra utilizzabile è poca (il Vietnam ha la stessa superficie dell’Italia con  molta più popolazione, oltre a tante montagne e colline) e costa tantissimo. Uno degli aspetti più difficili di ogni progetto è far liberare il terreno da chi lo abita già, legalmente o illegalmente.

Stiamo finendo di  “digerire” l’ultima bolla speculativa che era stata alimentata da una politica di creazione di liquidità troppo rapida fino al 2013, che aveva portato l’inflazione a oltre il 20%, e naturalmente ha portato un eccesso di offerta di abitazioni di lusso e uffici, per cui gli affitti degli uffici sono calati del 60% dal massimo storico, ma stanno riprendendo. Gli effetti dello scoppio della bolla si sono ripercossi su tutta l’economia per mezzo dei crediti incagliati delle banche, quasi tutti garantiti da immobili a valori fuori mercato e comunque non liquidabili, e che hanno portato ad una stasi del credito per oltre due anni. Queste oscillazioni sono totalmente normali nei mercati in via di sviluppo e, basandomi sulla mia esperienza, ritengo che tra un paio d’anni il mercato si sarà totalmente dimenticato dei problemi del 2013 e 2014.

Proprio in questi  giorni un italiano ha acquistato un appartamento ancora da costruire, si tratta di una delle prime transazioni in cui uno straniero acquista il diritto di uso per cinquanta anni, che fino a quest’anno era in un limbo legale considerato troppo incerto per rischiare. Se il mercato si dovesse veramente aprire all’investimento straniero, ci sarebbe un aumento permanente del valore degli immobili, soprattutto quelli di qualità. 

C’è spazio per le imprese italiane sia nei materiali da costruzione, considerati tra i migliori al mondo, sia nella progettazione e nell’effettiva costruzione, tenendo conto che i subappaltatori sono sempre società locali.

La tecnologia di costruzione non è molto avanzata e il terreno ha quasi sempre bisogno di molto consolidamento, essendo le grandi città costruite su pianure alluvionali ma , una volta incominciate, le costruzioni possono avanzare molto rapidamente: i grattacieli vanno al ritmo di tre piani alla settimana.

 

 

Q.Parliamo dell’Italia: quali i protagonisti, storici e a oggi, della  business community italiana in Vietnam ? Qualche nome e qualchenumero,se possibile.

A. Il primo grande investimento italiano risale alla metà degli anni ’90, da parte della Perfetti  – industria dolciaria – che ha oggi probabilmente la quota di mercato maggiore nel Paese, davanti alla coreana -giapponese Lotte, un gigante in Asia.

La società italiana più visibile è la Piaggio, la cui vespa era in Vietnam dai tempi della guerra “americana”, e che oggi viene prodotta vicino a Hanoi in volumi maggiori che in Italia. La Vespa qui è considerata la “Ferrari degli scooter”. Ho personalmente assistito a cerimonie di nozze nelle quali gli sposi sono partiti su una Vespa bianca… Altre società che hanno fatto importanti investimenti qui sono la Datalogic, leader mondiale nei lettori laser di codici a barre per negozi e magazzini e la Bonfiglioli Riduttori, che produce in Vietnam piccoli motori elettrici, entrambe originarie di Bologna. Datalogic, che ha oltre 500 dipendenti in Vietnam, ha spostato gran parte della ricerca e sviluppo proprio qui, grazie agli incentivi fiscali, al basso costo degli ingegneri ma soprattutto alla prossimità ai mercati di sbocco.

Una presenza recente ma importantissima è quella dell’ENI, che fa attività di esplorazione in tre zone marine e che si potrebbe concretizzare in importanti investimenti quando  si saranno  verificate la localizzazione e l’ entità dei giacimenti.

 

Q.Spazi , e in quali ambiti, per eventuali investimenti italiani in Vietnam. Pros &  cons.

A. Il Vietnam è tra i paesi “medio grandi” del mondo, con oltre novanta milioni di abitanti e sta gradualmente diventando una fabbrica per l’Asia, con forti investimenti produttivi e infrastrutturali dai Paesi forti della regione: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Cina Popolare e anche Thailandia, Indonesia, Malaysia.

Europa e Stati Uniti sono molto indietro e l’Italia ancora di più.

L’Italia ha un’ottima immagine in Vietnam – siamo visti come il Paese della moda quasi più della Francia – e tutto quello che ha nome italiano è visto come di buon design e di elevata qualità. Una ricerca commissionata dall’Ambasciata d’Italia a Hanoi all’Università di Melbourne RMIT in Vietnam lo conferma diffusamente.

La fortuna è che a parte il calcio, in Vietnam si sa poco dell’Italia come è oggi!  Ma le poche società italiane cha hanno aperto in Vietnam vanno tutte molto bene e continuano a crescere.

Per fare affari in Asia è indispensabile avere una presenza nell’area, almeno come ufficio di rappresentanza ma, nel caso di prodotti usati nei processi manifatturieri, è indispensabile avere un magazzino e alcuni tecnici. Per essere poi competitivi, produrre nella zona fa un’enorme differenza sia come costo del lavoro sia come logistica. Ci sono diverse società italiane e molte di più di altri Paesi che hanno aperto uno stabilimento in Vietnam perché richieste dai loro clienti di essere prossime alle fabbriche che usano i loro prodotti.

La maggiore opportunità sarebbe quella di aprire stabilimenti non per delocalizzare ma aggiuntivi, per produrre beni intermedi da vendere a chi ha in mano la distribuzione e i marchi in Asia: giapponesi e coreani. Questa è una strategia che estende il mercato naturale di sbocco dall’Italia: la Germania. La Germania è il primo importatore di prodotti italiani, molti dei quali tecnologici e intermedi, che sono poi integrati in più complessi macchinari o intere fabbriche e venduti dai tedeschi in tutto il mondo.

Chi ha un forte marchio può anche provare a estenderlo nei nuovi mercati asiatici, gli unici che crescono oltre al 4% da molti anni e che ci si aspetta continueranno a farlo a lungo, grazie alla struttura della popolazione e a fattori di accumulazione della ricchezza e della conoscenza e a una sostanziale stabilità politica.

Si può scegliere di vendere 130 mila Vespe direttamente sul mercato, come fa la Piaggio Vietnam col proprio marchio, oppure 2,5 milioni di selle o altri componenti delle motociclette alla Honda Vietnam, o 50 milioni  di componenti per i telefonini Samsung…

 

 

Q.Se ne avesse il potere, il «primo punto in agenda » per far ripartire il nostro Paese ( cui spero Lei sia ancora  “affezionato” !)
A. L’Italia è un Paese piccolo come economia, le aziende non hanno sufficiente spazio  entro i confini; cominciare a considerare il mondo intero come mercato di riferimento ridarebbe fiducia nel mercato e misura nel confrontarsi con la vera competizione.Le aziende italiane principalmente esportatrici vanno bene,  e hanno continuato ad andare bene anche negli anni difficili appena passati.  Grazie alla ripresa di queste aziende, il sentimento positivo e i profitti potrebbero diffondersi al settore “interno”.

Negli anni in cui andavo a scuola, in Giappone insegnavano che il loro Paese è strutturalmente povero di risorse e con un mercato interno troppo limitato, per cui la crescita andava cercata nel commercio e nell’investimento internazionale. Mi sembra giunto il tempo che si adotti anche noi questo insegnamento.

 

 

 

 

 

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