Vita, lavoro e amore, tutto cominciò al “Carducci”. Quarta puntata

di Paola G. Lunghini

 

Ritratto di Renato Fabietti :   e fu subito  “ fascination”

 

Inizio della seconda  liceo.

Il nostro nuovo  Professore  di storia  e  filosofia lo  stavamo  aspettando con ansia e , alle otto del mattino di quel  primo giorno di scuola, un gruppetto di noi era di sentinella in cortile. Al suono della campana , se nulla fosse  accaduto,  ci saremmo precipitati in aula  facendo  le scale verso il  primo piano a quattro gradini alla  volta.

-Sta arrivando, sta arrivando ! (  conoscevamo  – anche se  solo di  vista -  tutti  i professori del Carducci o quasi,  e una faccia  nuova  figuriamoci  se non eravamo in grado di  identificarla ) .

Una Giulia chiara era infatti entrata sgommando nel piccolo parcheggio riservato agli insegnanti (  dove sarebbe stata  l’ auto  di maggior pregio  nei due  anni a venire , sino alla mia maturità, e ciò la dice lunga sul potere d’ acquisto dei nostriinsegnanti di allora)  e ne era sceso un individuo  “ abbastanza  anziano”  , ancora leggermente  abbronzato nonostante fossimo ai primi di ottobre,  capelli sale e pepe , vestito  di un completo di gabardine beige.  Molto magro, andatura dinoccolata ma dritta che lo faceva  sembrare  più alto di quanto fosse.

 

Sollevò lo sguardo verso il palazzo come lo volesse abbracciare tutto in una volta; poi lo abbassò su di noi che lo fissavamo immobili. In un attimo capì tutto , ci sorrise  e ci fece  con la mano un cenno di saluto. Schizzammo via come  topolini  che hanno appena scorto un gatto , per dare alle nostre classi il grande annuncio .

-Com’è, com’è ?

-Mah, non è troppo vecchio.

-Ha un’aria simpatica.

-Ha una Giulia!

-E’ bellissimo ! ( una studentessa della terza).

 

Oddio, definirlo bellissimo  era una vera esagerazione; ma è un dato di fatto che il Professor  Renato Fabietti  si  rivelò subito per quello che era, cioè un uomo affascinante.

Al di là del  ruolo,  di ciò che diceva e del come  lo diceva,  la sua forza  stava nelle corde  vocali. Aveva infatti una voce stupenda e  formidabilmente  stentorea ,  quasi  sproporzionata  al   corpo  solo apparentemente  esile, e che lui sapeva modulare con arti quasi da attore di teatro. Tono e colore da vendere , il tutto avvolto in una dizione perfetta  che a  volte,  e volutamente, scivolava in una intensa cadenza  toscana . Quando la usava, sapevi che era di  buon umore oppure molto arrabbiato ( non con  noi, sia chiaro, ma con il mondo)  :  anche se venuto alla luce  a Milano il 3 settembre 1923 ( oggi è dunque  un anniversario…) , Renato Fabietti  era infatti un  “  toscanaccio” di Cetona, piccola città  in provincia  di  Siena dove  era nato suo padre e dove -  con i proventi dei libri che avrebbe poi scritto con l’ amico e collega  Augusto Camera, un best seller  da  milioni di  copie – sarebbe  riuscito a “ farsi”  una magnifica  villa.

Città di cui sarebbe diventato “ l’ illustre  concittadino”.

 

In pochissimo tempo venimmo a sapere di lui tutto ciò  che occorreva . Aveva studiato al Liceo classico  Berchet,  e conseguito la laurea in  filosofia con Antonio Banfi ; era sposato, e aveva un  figlio che si  chiamava Ugo  ma lo chiamavano Gughi  ( il quale Ugo avrebbe  pure lui frequentato il  Carducci, e  sarebbe poi andato a insegnare  antropologia all’ Università  Statale di Milano . La faccio semplice, perché oggi  codesta  disciplina  ha rivoli di  nomi  complicatissimi. Comunque, se  volete  saperne  di più,  c’è una  pagina che lo riguarda  sul sito di  Milano-Bicocca ).

 

Fabietti trascorreva le vacanze con gli amici di un tempo ,  il più possibile all’ aria  aperta  ( da  cui l’ abbronzatura),  nella “ sua”  Cetona ; e proveniva dallo stesso Istituto monzese   dove  aveva insegnato  anche Salvatore Guglielmino (cfr  il secondo capitolo del mio racconto, ndr), di cui era grande  amico.   E soprattutto,  ci tenne subito a farci sapere che durante la  Guerra era  entrato nella Resistenza ,  e che era socialista. «Quando si hanno 20  anni BISOGNA essere  socialisti. Chi lo è a 40   è un cretino. Io  ho più di 40 anni e sono socialista,  dunque sono un cretino».

Spiritoso, per i tempi, vero ?

No, era spiritoso in assoluto:  ricordo che il primo giorno di scuola mentre  iniziavamo la terza  arrivò in classe,  si stravaccò in cattedra ( sempre con il completo di gabardine beige )  e  con la sua  voce  stentorea annunciò  «Ragazzi, coraggio, che tra nove mesi  ricominciano le vacanze !»

Si era  dimenticato che avremmo avuto la maturità, e quindi i mesi sarebbero stati dieci.  E ancora  non sapeva  che  in quel  1967  egli sarebbe  stato nominato “ membro interno” della Commissione  giudicatrice.

Dio, cosa  non fece – sempre  nel lecito, intendiamoci -  per aiutarci e assisterci , onnipresente dal primo giorno dello scritto di Italiano  sino a quando, a orali conclusi, comparvero sui Tabelloni gli esiti degli esami !!!   Quel mattino abbracciò   i promossi ( sapeva  già molto delle nostre  prossime  scelte  universitarie) , incoraggiò i  rimandati – a quell’ epoca si “ portavano” alla maturità  TUTTE  le materie,  più i  famosi “  riferimenti”  degli anni precedenti : significava in pratica il programma  di  tre  anni – e  consolò i  ( pochissimi)   bocciati.

Come un padre.

No,  forse  di più.  Come un Angelo Custode.

 

Era a  quell’ epoca prassi che – al termine   degli esami di maturità -  gli studenti  organizzassero  una  sorta  di   “ Gala Dinner “  invitando  come ospiti i loro  Professori.  Non tutti  ovviamente  accettavano, ma più  Professori c’ erano e più la serata ( a quel punto “ liberatoria” )  sarebbe  stata di successo.

Noi della terza B  ovviamente  non ci sottraemmo  alla  consuetudine e, già per  tempo,  avevamo incaricato un compagno particolarmente   “ modaiolo”  di organizzare il tutto.

Fabietti era in prima linea , e fu proprio al suo tavolo  che io mi accomodai.

-Allora, Grego ( il mio  cognome da ragazza, ndr),  cosa  farai adesso ?

Avevo fatto un buon esame, e la media del 7  mi consentiva un certo abbattimento delle tasse universitarie.

-Filosofia, Professore.

Scoppiò una risata  megalattica.

-Tu, a  Filosofia?

-Sì ( e seriamente  gli spiegai  a “cosa  mi serviva “. Un percorso che sarebbe stato un intermezzo per  un qualche cosa  che  ancora  non  mi era completamente  chiaro, ma  che certo non riguardava né l’ insegnamento,  né  un incarico in qualche casa  editrice, etc  etc . Non lo confessavo ancora  nemmeno a me  stessa, ma …io volevo diventare una giornalista !

-Se avrai  bisogno di me, quando  dovrai fare  gli esami di storia e  filosofia , telefonami. Prima di presentarti, ti interrogherò  io .

Ne approfittai spudoratamente, durante  il percorso universitario  ( «Vai pure, sei “ abbastanza  preparata”» ). Ma lui era contento. E io anche, perché in questo modo agli esami in università  ci andavo “abbastanza  tranquilla”, e noi  mantenemmo i rapporti  ancora  per  anni.

(Più di una  volta , in quel tempo ,  aveva  radunato  noi, un gruppo  di ex  allievi, a casa  sua per ascoltare  e  commentare  insieme l’ ultimo LP  di De  Andrè   o di Gaber. Mitico ).

 

Domanda :  ma ci sono ancora insegnanti  così???

 

Lo rividi  per l’ ultima  volta  a un pranzo  – insieme ad  alcuni altri amici-  a casa  di una “ vecchia collega  “  di studi  che ci aveva  invitato. Era  già molto anziano,  e provato da una malattia  che  gli aveva  compromesso lo sguardo.  Debole, aveva mangiato come un uccellino. Ma la voce  era  sempre  ancora quella che  conoscevamo, stentorea . E, mentre  noi  sorseggiavamo il caffè, se ne uscì con una frase  incredibile e indimenticabile .

-Sapete,  siete sempre  voi . Ma siete così  diversi.

Avrei voluto dirgli «Anche Lei,  Professore », ma mi mancò il coraggio .

 

Lo sguardo. Renato Fabietti  aveva uno  sguardo  che  ti dominava. Non aveva  bisogno di alzare la  voce già alta  di suo per farsi “ ubbidire”  (Oddio, nei voti era  di manica  alquanto stretta…),  o anche solo per farsi seguire. Gettava semplicemente  lampi  dagli occhi. E  tu gli andavi dietro.

Dove ? Ma è ovvio, in tutti i percorsi della storia,  e della storia  della  filosofia.  Che  sapeva  “raccontare” in classe  come  fossero stati il più affascinante  dei  romanzi, rivoluzione francese  e russa  comprese.    E così imparammo a capire  che , davvero, la  storia  e la  storia  della  filosofia  (  Fabietti, in  ciò era  “in tune “ con Guglielmino , amava i  collegamenti trasversali  tra le varie  discipline, e spaziava ben oltre il programma )  erano ancora più affascinanti del più affascinante tra i  romanzi .

A questo  sapeva  aggiunger  un flavour   speciale, il vento della libertà, che è una conquista che non mancava mai  di ricordarci.

Quando ci “ prese in mano” in seconda liceo,  Renato Fabietti vide subito che noi di  Platone e Aristotele  quasi  nulla sapevamo. Furono settimane a tappe forzate. Ma  dopo un po’ eravamo in grado di  “vincere una Olimpiade”.  Alla vigilia della maturità,  anche se il programma non lo prevedeva,  eravamo  abbastanza  “ferrati”  anche su Kennedy  e il Muro di Berlino.

Grazie a lui , come  con  il Professor Guglielmino,  “vissi  di rendita”  sino all’ università,  e oltre.  Ci vivo sicuramente  anche adesso, mentre  sto scrivendo.

 

Circa la  sua  personale  concezione della democrazia scolastica  , beh, non c’è molto da  aggiungere, se non che  – in classe – non  c’era  programma  che tenesse,  se  gli “ eventi del  giorno”   richiedevano una  discussione.  Anche  furibonda, perché non sempre  eravamo d’ accordo  con lui : ma lui  il dibattito  lo “moderava “ (  sono quasi  certa  che io – che sono stata  e  sono un  Moderatore  professionale  in  migliaia  di  convegni in Italia  e all’ estero – le basi  di  codesta professione  le  ho imparate  da lui ), ascoltandoci  come  fossimo non ragazzi  ma già  adulti .

Ci insegnò ad andare sulle giuste tracce,  senza mai imporsi o strafare.

 

Grazie ancora di tutto,  caro Professor Fabietti!

Le farà piacere sapere  che  talvolta, conversando  con  figli di nostri amici  io – che non  ho avuto  figli – allorchè  rivelavo di  averLa  avuta  come  professore , mi sentivo  porre mille  domande  da   codesti ragazzi  per i quali  Lei  era ( insieme ad  Augusto  Camera )  “ il  nome mitico”  sul loro libro di testo  scolastico.

Bello,  vero?

 

Domanda : Ministro Giannini, ma ci sono ancora insegnanti  così???   Perché  è solo così,  al di là di tutte le  stupidaggini  di  cui  si  discute in questi  giorni di apertura dell’ anno  scolastico,  che si fa “ la  buona  scuola”.

Testata giornalistica non registrata ai sensi dell’Art.3 bis del D.L. 18 maggio 2012, n. 63 convertito in Legge 16.07.2012 n°103

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