La “ Nota Diplomatica “ di James Hansen : Paraocchi

 

L’inizio “formale” della crisi economica si fa risalire al settembre del 2008, con il crollo

della banca d’affari americana Lehman Brothers. La data collima abbastanza bene con lo “svaccamento”

dell’Unione Europea che—con in più la coincidenza non del tutto casuale della crisi dell’immigrazione

incontrollata—ha radici sostanzialmente economiche.

Ha fatto comodo a molti in questi anni supporre che il crollo economico fosse globale.

Pertanto, fa effetto andare per il mondo e trovare che i riferimenti alla “crisi” non vengono

bene compresi senza specificare di quale crisi stiamo parlando. Ce n’è sono tante…

I paraocchi messi dall’Europa per non vedere troppo bene come stanno le cose altrove hanno

prodotto una percezione sempre più distorta del resto del mondo. Per molti europei ad

esempio è diventato articolo di fede che l’economia americana e il dollaro siano in declino,

quando è palesemente vero il contrario.

Il dollaro è sempre di più—non sempre di meno—la valuta di riserva dell’intero pianeta. Nuovi dati

della BIS-Bank for International Settlements indicano che la presenza della valuta americana nei $5,1 trilioni

di operazioni di cambio quotidiane ha raggiunto l’87,6 percento di tutte le transazioni, mentre

l’indebitamento in dollari tra terzi fuori dagli Usa è volato ai $9 trilioni. I dati BIS indicano che il volume

dei cambi con l’euro da una parte dell’operazione è invece scivolato dal 37% del 2007 al 31,3% di oggi.

Un altro indice di fiducia internazionale è quello delle valute scelte dalle banche centrali dei vari paesi

per costituire le proprie riserve. La parte del dollaro in questi “risparmi nazionali” è oggi tornata al

63,6%, il livello di dieci anni fa. La quota dell’euro invece è passata negli ultimi otto anni dal 28% al

20,4%, all’incirca dove si trovava il solo marco tedesco nei primi anni Novanta.

Sono dati che mettono la Federal Reserve americana, la “Fed”, in una posizione scomoda. La banca è oggi

in pratica la banca centrale del mondo intero—il che è un problema. Vuol dire che ogni volta che gli Usa

danno segni di volere alzare i tassi, le borse del globo tremano e gli americani si trovano costretti a

rinunciare. Così, il dollaro non solo è solido, costa poco e si allarga ancora di più sui mercati esteri.

Gli stessi paraocchi hanno confuso l’Unione Europea sulla Brexit, il cui esito è stato notoriamente del

tutto imprevisto dall’Ue. Anche qui c’è un dato semplice—seppure eclatante—che la dice lunga. Tra il

2010 e il 2015 il Regno Unito ha, da solo, creato più posti di lavoro di tutti gli altri 27 stati membri

dell’Unione presi insieme. Sì, è così, e l’ha fatto ignorando bellamente sia l’euro sia i “consigli”

economici dell’Ue, rendendo l’andamento inglese politicamente invisibile a Bruxelles.

Si ammetteva, questo è vero, un certo successo economico della Cina, ma quelli erano cinesi, con gli

occhi a mandorla e capaci di tutto. Intanto, il spesso preannunciato crollo cinese non è ancora arrivato,

ma forse verrà presto, specialmente perché il grande mercato europeo—per la scarsità di soldi—è

progressivamente meno capace di assorbire la produzione orientale.

È semplice. Il problema dell’economia mondiale è in larga parte l’Europa. La debolezza continentale è per

molti versi la causa delle difficoltà che supponiamo universali.

 

James Hansen

 

Testata giornalistica non registrata ai sensi dell’Art.3 bis del D.L. 18 maggio 2012, n. 63 convertito in Legge 16.07.2012 n°103

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