Un’analisi della della SDA Bocconi : legge fallimentare vs Chapter 11, gli USA vincono la partita delle ristrutturazioni d’impresa

Le imprese italiane accedono alle procedure di ristrutturazione quando sono ancora in migliore salute rispetto alle imprese statunitensi che si avvalgono del Chapter 11, eppure negli Stati Uniti la procedura, oltre a essere meno costosa, è più veloce e porta a un risultato nettamente migliore in termini di crediti recuperati. Questi i risultati dell’ultimo studio realizzato dalla Divisione Ricerche Claudio Dematté della SDA Bocconi School of Management in collaborazione con EY, presentato questa mattina al convegno “Il punto sulla crisi dopo otto anni: ricerca, impresa e finanza a confronto”.

Le piccole imprese italiane si affacciano alle procedure di ristrutturazione con un rapporto tra passività e attività (il leverage) pari a 0,88, contro l’1,11 delle piccole imprese statunitensi, mentre i valori per le grandi imprese sono pari a 0,83 per l’Italia e 1,07 per gli Stati Uniti. A questo punto si apre una procedura che, negli Stati Uniti, dura un anno e mezzo e in Italia quasi un anno e dieci mesi e che, soprattutto, in Italia ha un costo pari al 22% del patrimonio aziendale, negli Stati Uniti solo l’8,2%. Il tutto si traduce in un recovery rate che, in Italia, tocca appena il 63,1%, mentre negli Stati Uniti arriva all’80,4%.

La comparazione realizzata dalla SDA Bocconi include anche Belgio, Finlandia, Giappone, Paesi Bassi, Norvegia, Singapore e Regno Unito. Lla procedura italiana è quella che ottiene i risultati peggiori in tutti e tre i parametri (recovery rate, durata e costo).
I dati sulle imprese italiane che emergono dalla ricerca, coordinata da Maurizio Dallocchio per SDA Bocconi e dagli esperti dell’area TAS – Transaction Advisory Services di EY Italia, confermano il difetto di capitalizzazione che affligge l’economia nazionale. La struttura finanziaria delle imprese è, infatti, caratterizzata da un forte ricorso ai prestiti a breve e ai debiti commerciali (dilazione dei pagamenti), che insieme pesano per il 45% delle fonti di finanziamento.
“Se le imprese italiane vogliono ritornare alla crescita devono premere sull’acceleratore di fusioni e acquisizioni e cercare forme di finanziamenti differenti dal debito bancario”, ha detto Dallocchio “Le maggiori dimensioni offrono maggiore capacità di esportazione, di innovazione, di apprendimento e controllo dei costi. Ma anche una varietà di fonti di finanziamento, a partire dai prestiti obbligazionari, preclusi alle imprese minori. Le imprese di maggiori dimensioni sono, inoltre, meno esposte al vento delle crisi e meno inclini a finire nel tunnel dell’illiquidità”.
“Negli ultimi anni si è registrato un deciso incremento di interesse degli investitori esteri sul mercato italiano” ha aggiunto Enrico Silva, responsabile settore Private Equity di EY per l’area mediterranea “un indicatore fondamentale si può ricavare dalla crescita della raccolta dei fondi di private equity italiani presso investitori esteri, che negli ultimi tre anni è passata dai €165 mln del 2013 a €1,2 mld del 2015 ed in particolare dalla crescita degli investimenti diretti degli operatori internazionali da €1,4 mld a €3,2 mld nello stesso periodo. Alle aziende italiane viene, inoltre, offerta una scelta molto varia e flessibile di forme di finanziamento che vanno dal puro private equity, al private debt e agli strumenti ibridi equity/debito. Questi ultimi rappresentano, tuttavia, ancora una fetta marginale del mercato con poco più di €150 mln investiti nel 2015. Molto spesso il problema principale delle aziende italiane è la scarsa comprensione di questi strumenti, che invece nei mercati anglosassoni sono molto più sviluppati”.

Fonte : Nota  congiunta

 

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