Editoriali

 

I "farmers' market": sempre interessanti, a volte utili, mai risolutivi
di Renato Cavalli
Presidente Prassicoop
 31/10/2008

"La novità non è che esistono. I mercati li hanno inventati gli agricoltori, a occhio e croce qualche migliaio di anni fa. Poi sono venuti i mercanti, uno dei primi "mestieri" specializzati della storia. E si sono incaricati di comprare i prodotti dagli agricoltori, a volte direttamente sul campo, e di portarli al mercato e venderli, magari aggiungendoci due, tre, quattro, dieci passaggi, in generale garantendo la continuità degli approvvigionamenti, ma, a volte, facendo sparire ad arte la merce per alzare i prezzi.

I contadini hanno gradualmente perso i contatti con il mercato e hanno dovuto dipendere da altri (commercianti, multinazionali, agenzie governative di consulenza) per sapere cosa produrre, come, a chi e a che prezzi vendere. Questa perdita di conoscenza è diventata perdita di potere, ed è uno dei fattori dell’impoverimento del mondo agricolo, a livello mondiale.

Il recupero del controllo sull’informazione da parte dei produttori agricoli è una carta fondamentale per il recupero del loro livello di reddito, e ne è prova il fatto di come il telefonino si sia diffuso in Africa, perché consente ai contadini di valutare in tempo reale dove possono vendere meglio i loro prodotti.

La novità è che i produttori ritornano sui mercati dei consumatori finali, da cui in Italia e in molti altri paesi erano pressoché spariti.

Non è così dappertutto, perché in Francia, ad esempio, "les marchès des farmiers" non erano mai spariti, pur mantenendo un ruolo essenzialmente di nicchia, una delle tante attrattive di piccolo turismo con le quali i francesi sono bravissimi a valorizzare il loro territorio.


In Italia il fenomeno sta ritornando alla ribalta, ufficializzato e sostenuto dal Decreto del Ministero dell’Agricoltura del 20/11/07, che ne affidava la realizzazione ad accordi con l’ANCI.

Dopo l’emanazione del decreto non risultano ulteriori novità a livello nazionale, ma si stanno muovendo le Regioni. In Lombardia è stata recentemente concordata con ANCI una circolare, che vedrà la luce nei prossimi giorni, che fornisce le prime indicazioni sullo svolgimento dei mercati dei produttori diretti, individuandone le procedure autorizzative, le basi territoriali di riferimento, le modalità di controllo dei registri dei partecipanti e dei prodotti.



I comuni hanno accolto i mercati agricoli in maniere diverse e contrastanti. Un primo nucleo di comuni ha fatto partire i mercati senza aspettare le disposizioni regionali (vedi tabella), affrontando l’argomento con grande entusiasmo.

Altri, in particolar modo Milano, hanno espresso molte perplessità, soprattutto per mancanza di nuovi spazi mercatali da creare ex novo, proponendo agli agricoltori la collocazione in appositi settori (non il solito posteggio o due) all’interno dei mercati esistenti, ma non sembra che la proposta sia stata accolta dagli interessati.

Anche le reazioni dei consumatori sono state differenziate. Spesso, alle altissime aspettative iniziali, è subentrata la delusione di constatare che i prezzi sono piuttosto alti, superiori a quelli della grande distribuzione e dei mercati ambulanti, a fronte di differenze qualitative che, a torto o a ragione, i consumatori non sempre sono stati in grado di percepire.

In realtà l’argomento, molto "all’italiana", è stato inizialmente affrontato con una forte carica ideologica priva di reali giustificazioni, accreditando a priori i contadini di un tasso di onestà ed affidabilità "per definizione" più elevato di altre categorie come commercianti, industriali e artigiani.

Con tutto il rispetto per la categoria, non credo che esistano categorie per definizione più oneste di altre. Lo stesso discorso vale per i prezzi. Questi si formano per il gioco della domanda e dell’offerta, e non dipendono solo dall’onestà degli imprenditori, ma soprattutto dai livelli reali di concorrenza, dei costi e, in particolare per l’agricoltura, da fattori estemporanei (stagionalità, fattori climatici, ecc.).

È vero che dal campo alla tavola vi sono spesso troppi passaggi, e quindi troppi ricarichi, che generano una grande differenza nei prezzi. Ma per quale motivo il produttore dovrebbe darsi il disturbo di venire direttamente a vendere i propri prodotti sul mercato se non potesse spuntarvi un prezzo più alto di quello che gli paga il grossista?

Perché questo ricarico non superi la somma di ricarichi praticati dalla normale filiera è necessario che vi sia una intrinseca maggiore efficienza nel servizio rispetto alla filiera.


Questo implica che il costo di commercializzazione (trasporto, costo del lavoro di chi sta al mercato sul banco, attrezzature) più l’utile incida sull’unità di prodotto finale meno di quello del grossista+dettagliante.

Ciò richiede essenzialmente due fattori: tragitto di trasporto più limitato possibile (il famoso km 0) e volumi di prodotto significativo su cui ripartire i costi, oltre ad un volume significativo di acquirenti.

Perché ciò si verifichi (non è impossibile, ma abbastanza difficile) è necessario che il mercato di sbocco (il bacino d’utenza) disponga di un retroterra di produzione agricola commercializzabile correttamente proporzionato ed entro una distanza ragionevole.

Questo è abbastanza difficile da verificarsi in Lombardia, dove gran parte della produzione agricola è localizzata nell’area padana ed è costituita da prodotti di scarso o nessun interesse per i mercati di sbocco al dettaglio (cereali, foraggiere, colture industriali).

In mancanza delle corrette condizioni di mercato, il risultato non potrà essere che un fenomeno economico di nicchia o, comunque, dei costi di commercializzazione elevati, proponibili solo sui prodotti a maggiore valore aggiunto (quindi appartenenti alla fascia alta di prezzo).

Se questo corrisponderà effettivamente ad un’offerta di qualità elevata, il gioco potrà valere la candela sia per i produttori che per i consumatori. Da qui l’importanza di verifiche e controlli seri e rigidi, che saranno il vero fattore chiave per il successo di queste iniziative, vista l’impossibilità di affidarsi alla "presunzione di maggiore onestà" dei contadini.

In caso contrario, i "farmers market" saranno destinati a restare un fenomeno di nicchia, magari con una positiva valenza turistica, ma non in grado di incidere sui problemi del carovita.

L’altro elemento su cui si fa, a mio avviso, troppa demagogia, è il cosiddetto fattore del kilometro zero, cioè la valenza "etica" ed ecologica del dare preferenza ai prodotti del territorio.

Sulla valenza etica nulla da dire. Usare i prodotti del territorio significa valorizzare economicamente il territorio, favorire la biodiversità, ritornare alla sensibilità al valore della stagionalità e ad un maggior controllo sulla qualità dei prodotti laddove si giunga ad instaurare un rapporto di reciproca fiducia e conoscenza tra produttore e consumatore.

Il discorso di tipo ecologico-ambientale è più discutibile. D’accordo, in linea di principio, che è assurdo fare viaggiare per tutto il mondo prodotti deperibili (che in qualche modo debbono essere trasformati in prodotti a lunga conservazione, con conseguente perdita di qualità) solo per toglierci lo sfizio di mangiare asparagi o fragole fuori stagione. Arriverei a dire che è immorale.

Quanto all’impatto ambientale, però, sarebbe interessante capire qual è l’impatto per unità di prodotto del trasporto di un intero jet alla volta dell’altro capo del mondo rispetto a quello di spostare pochi chili alla volta di merce su un furgoncino per qualche decina di kilometri.

È un conteggio che si può fare, e che ci può portare a calcolare la combinazione di minore impatto tra quantità di merce spostata e distanza. Anche questo ci aiuterebbe ad affrontare il problema in veste scientifica anziché ideologica e romantica, e forse ci incoraggerebbe a riprendere l’analisi, chissà perché del tutto trascurata negli ultimi anni, del ruolo fondamentale di un sistema efficiente di ingrosso.

Dopodiché, ben vengano i mercati agricoli. Saranno certo un’esperienza piacevole per i consumatori (forse più per l’aspetto ludico che per quello economico), costituiranno un’utile integrazione reddituale per gli agricoltori ed un utile apporto ad un più corretto approccio con il territorio, ma non facciamoci illusioni: non saranno certo la solu-zione ai problemi del carovita! ( Tratto da News Prassicoop )